Il racconto dell’ingresso in Carcere di una Classe del Liceo Ludovico Ariosto di Ferrara

Di Francesca Tamascelli

È molto più semplice entrare in carcere commettendo un crimine che chiedendo un permesso. Considerazione banale e vagamente provocatoria, semplicemente per sottolineare che entrare in carcere come cittadino è un’impresa tutt’altro che semplice e scontata. Del resto, chi mai dovrebbe volere andare in carcere (eccetto chi vi lavora e chi ha parenti detenuti)? La società si tiene solitamente ben lontana dalle strutture detentive, dove rinchiude coloro che certamente non desidera incontrare per strada. Non c’è dunque nessuna ragione per cui un comune cittadino dovrebbe incontrare il carcere, la struttura perfetta in cui riporre i propri incubi sociali: un luogo massiccio, blindato, lontano. Quando le sbarre si chiudono, i cittadini per bene possono dormire sonni più sereni, (se non fosse per tutti quello che ancora sono fuori, direbbe qualcuno). Del resto è così che finiscono molti film, romanzi, storie del nostro immaginario, a partire dalle favole che ci raccontano da bambini: ad un certo punto della storia, il cattivo viene acchiappato ed “espulso”, fisicamente e metaforicamente, lasciando ai buoni la gioia di aver sconfitto il nemico. Questo è quello di cui abbiamo bisogno, e lo trovo sostanzialmente legittimo. Del resto, possiamo stare in società fintanto che siamo governati da regole di reciproca convivenza, al di là delle quali annasperemmo in un marasma indefinito.
Come in ogni storia, c’è però il “to be continued”, quello che succede dopo che il nemico è stato preso. Dove va a finire, che ne sarà di lui? Molti certamente pensano che non sia affar che li riguardi, che qualcun altro si occuperà di loro, l’importante è che lo facciano a debita distanza.
Dobbiamo continuare a disinteressarcene, come cittadini? Non la pensa certo così il Teatro Nucleo, che ha promosso, in collaborazione con alcuni insegnanti, un progetto per avvicinare gli studenti alla realtà del carcere. E così, un giorno l’”Ariosto” è entrato in carcere, nei panni chiaramente non del buon vecchio Ludovico ma di una delegazione di due classi del Liceo Classico di Ferrara, condotte a scoprire l’attività di Teatro Carcere che ormai da 10 anni si svolge dietro le sbarre di via Arginone.
Obiettivo del progetto, naturalmente, è far conoscere ai cittadini, partendo da quelli “in erba”, cosa sia il Teatro Carcere e quale sia la sua utilità, ormai comprovata da un’attività decennale su scala regionale, grazie ad un Coordinamento che ne promuove la realizzazione in 7 carceri dell’Emilia Romagna. Parallelamente, la finalità è avvicinare i giovani cittadini a conoscere una struttura di cui si ha scarsissima esperienza e che viene data per lo più per scontata, come se non solo l’esistenza degli istituti penitenziari, ma anche le modalità in cui sono strutturati, fossero categorie naturali ed imprescindibili.
L’ingresso in carcere era stato preceduto, qualche settimana prima, da un incontro al Liceo Ariosto durante il quale le stesse classi avevano incontrato Horacio Czertok e Andrea Amaducci di Teatro Nucleo (responsabili del laboratorio di Teatro Carcere), il Comandante della Polizia Penitenziaria Paolo Teducci e due agenti, e Vito Martiello del Comune di Ferrara, sin dall’inizio patrocinante dell’iniziativa..
Il 24 novembre i ragazzi sono poi entrati nel carcere di via Arginone attraversando i molti cancelli che portano alla sala in cui solitamente si svolgono le attività teatrali, accompagnati da una nutrita scorta di agenti della polizia penitenziaria. Nella sala, ad accoglierli, il gruppo di carcerati che frequentano abitualmente il laboratorio di teatro. Ai detenuti era richiesta una dimostrazione di lavoro: non dunque la presentazione di uno spettacolo compiuto, ma una sorta di prova aperta per mostrare la tipologia di lavoro che il gruppo affronta settimanalmente. Al termine della dimostrazione, gli studenti hanno potuto dialogare con i detenuti e la polizia penitenziaria.
Ai ragazzi è stato poi chiesto un riscontro scritto dell’esperienza vissuta, un breve testo in cui raccontare emozioni, riflessioni e opinioni.
Leggendo gli interventi degli allievi, ritroviamo sensazioni ed emozioni ricorrenti: dal “brivido” di entrare in carcere, dato molto più dalla curiosità che dal timore, alla sensazione di claustrofobia mistaal sollievo di sapere che per loro la reclusione era solo momentanea. Alcuni riflettono sulla monotonia del luogo, e c’è chi sente “il continuo scricchiolio di quei cancelli immensi che si aprono e si chiudono, che ti seguono ovunque tu vada, i passi pesanti delle guardie e il senso di colpa dei carcerati” (Veronica). Nessuno sembra essere particolarmente sconvolto dall’esperienza vissuta, quasi tutti si dichiarano invece contenti di aver avuto la possibilità di scoprire dall’interno un mondo così distante e inaccessibile, con cui non avrebbero avuto modo di entrare a contatto.
Le riflessioni ed opinioni esternate dagli studenti seguono però traiettorie anche molto differenti, a sottolineare visioni spesso discordanti sull’opportunità o meno delle attività ricreative e rieducative proposte.Questo, di per sé, è comunque già un risultato degno di nota. La partecipazione, il fermento e anche l’onestà con cui gli studenti hanno voluto esprimere il proprio punto di vista risponde pienamente alla finalità per cui è stato realizzato il progetto: non solo trasmettere la validità e l’importanza di svolgere attività di Teatro Carcere negli Istituti di Pena, maanche e soprattutto stimolare il dibattito su una tematica attuale e pressante, inquadrare il conflitto di opinioni in uno scambio dialettico, provocare il dibattito interiore. Tutti gli studenti, da quelli entusiasti del progetto, a quelli inizialmente perplessi che si sono ricreduti, fino a coloro che hanno confermato i propri scetticismi, si sono comunque trovati a interrogare i propri normali e comprensibili stereotipi, pregiudizi, idee già radicate. E questo è un’esercizio di coscienza e di cittadinanza che già di per sé vale l’impegno.
Non sempre i giudizi dei ragazzi sono clementi rispetto ad una visione che supporta il recupero e l’affiancamento del detenuto attraverso attività quali quella di Teatro Carcere. Ma anche gli allievi (per la verità una minoranza) che restano scettici rispetto alla possibilità di recupero o che rifiutano l’idea che alcune persone meritino un’altra possibilità, sono comunque passati attraverso un’esperienza che ha stimolato il loro senso critico e li ha costretti a riflettere su questioni complesse.
Penso sia fondamentale accogliere anche chi ha il “coraggio” o comunque l’onestà di dichiarare una posizione discordante, non solo perché volenti o nolenti è rappresentativa dell’opinione di ampia fetta dei cittadini, ma perché su un argomento così spinoso, che interroga strati profondi e sedimentati del nostro pensiero morale e delle nostre categorie sociali, ritengo sia legittimo provare resistenze e “rifiuto”. Probabilmente l’antitesi è necessaria come controparte per sviluppare un pensiero nuovo e va certamente premiato il fatto che al dialogo nessuno si sia sottratto.
Interessante e ricorrente è la quasi spiazzante scoperta che all’interno del carcere, per usare le parole di Giulia, “non ho visto mostri, bestie, ma persone”. Alcuni ragazzi sono stati sorpresi e destabilizzati nel riconoscere che i detenuti erano, sostanzialmente, persone “normali”. Questo conferma la visione semplificata per cui in carcere ci sono i cattivi, e sembra quasi che la cosa debba essere immediatamente riconoscibile a pelle, che il cattivo si manifesti nella sua brutalità. Trovarsi davanti semplici persone lascia sorpesi e, paradossalmente, non rassicura: cosa succede, infatti, alle mie convinzioni interiori e al mio sistema morale quando non riesco a riconoscere il cattivo immediatamente come tale ma, anzi, egli mi si mostra in un’umanità che quasi mi suscita empatia? Chiara lo esprime con grande chiarezza e lucidità: “Una delle cose che mi ha colpito ma anche destabilizzato maggiormente è stato vedere l’umanità dei detenuti, provare simpatia per loro e ciò ha messo in discussione totalmente la mia idea del “bene” e del “male”. Per la prima, e forse unica volta nella mia vita, ho provato empatia non per la “vittima” ma per il “carnefice” e ciò ha fatto crollare la mia visione secondo cui vi fosse una netta distanza fra “noi” e “loro”, fra ciò che è “bene” e ciò che è malvagio e disumano. È come se nonostante l’atto sbagliato, se non addirittura terribile, l’umano rimanesse comunque”.
Gli studenti hanno scoperto solo tornati in classe che alcuni detenuti presenti avevano commesso reati ben più gravi di un “semplice” spaccio o furtarello, azioni tutto sommato moralmente accettabili. Questa scoperta è stata per molti scioccante. Non solo per il severo giudizio contro crimini quali l’omicidio, ma soprattutto perché alcuni ragazzi si sono resi conto di aver percepito l’umanità di persone cui mai avrebbero pensato di poter rivolgere lo sguardo e la parola, tantomeno nutrire compassione o simpatia. “Se non mi fosse stato riferito in un secondo momento”, dice Federica, “non avrei mai pensato che le persone che stavano recitando, cantando e ballando davanti a me fossero assassini, in quel momento le vedevo solo come delle Persone”.
Cosa succede quando usciamo dalla sicurezza di una logica ambivalente, quando l’”uomo nero” è una banalissima persona normale e non un Hannibal Lecter pronto a sbranarmi? Come reagiamo quando non riusciamo più a isolare il male in un prototipo da odiare, rigettare, emarginare? Quando un crimine che è e rimane odioso, è stato commesso da un individuo di cui percepisco l’umanità in fondo allo sguardo? Il mio sistema morale accusa una comprensibile destabilizzazione, e questo mi porta inevitabilmente a interrogarmi sul discrimine tra bene e male, giusto e sbagliato, pena e colpa, definizioni scivolose che sfuggono a facili definizioni.
Torna spesso il riferimento all’umanità, all’essere “persona”, ed è proprio scoprire questo che ci fa scattare una richiesta di dignità, e l’esigenza di punire senza privare il detenuto della possibilità di ricollocarsi nel mondo, convivendo con il proprio stigma ma riuscendo a ricostruire oltre di esso. Per questo Jessica afferma che “non bastano le pene, che devono essere comunque reali e proporzionali ai reati commessi, c’è bisogno di lavorare sulla persona”. Si avverte molto forte nei ragazzi la necessità e imprescindibilità di pene giuste e commisurate, ma l’esperienza diretta porta la maggior parte di loro a riconoscere il bisogno e l’importanza di percorsi di rieducazione e sostegno. “Una persona a stare 24 ore su 24 chiusa in una cella, a mio parere, impazzisce e non si rieduca per niente”, dice Francesco. Del resto è la società stessa ad avere bisogno che i detenuti riconquistino dignità e integrità come cittadini, dal momento che al termine della pena nella società verranno rigettati e, se durante il percorso non avranno ricevuto nessuno strumento, difficilmente saranno diventati cittadini migliori. Ad esempio Elena ritiene “che non sia utile alla società considerare questi soggetti solo come delinquenti. Se consideriamo un delinquente un delinquente, questo lo sarà sempre, ma se consideriamo un delinquente una persona, questo proverà almeno ad essere persona. Alla società, a tutti noi, serve un delinquente che dopo aver pagato sia più persona che delinquente”. E Arianna ammette che “prima di questa esperienza, ero fortemente convinta del fatto che chi uccidesse qualsiasi persona, non meritasse più assolutamente nulla. Tuttavia, ora, pur mantenendo l’opinione che essi meritano comunque di essere puniti, penso anche che lavorare su loro stessi, sui loro sbagli, sia una cosa necessaria, e utile alla loro reintegrazione nella società”.
Il progetto di teatro in carcere, definito da uno studente come “un progetto che apre nuove strade ed allarga le quattro mura in cui essi [i detenuti] sono costretti”, ambisce non solo ad un lavoro umano, personale e diretto con il detenuto, ma a raggiungere ed incidere sulla rete di legami sociali connessi alla struttura carceraria, portando un contributo per poter pensare, immaginare e costruire un sistema penitenziario più utile ed efficace per tutti.
Non troverei conclusione migliore delle parole di Jessica: “l’arte, in ogni sua forma e attraverso ogni suo mezzo, ha la capacità di comunicare e far scoprire parti del proprio essere fino a quel momento sconosciute. Ha un ruolo catartico, penetra nel profondo e porta consciamente o inconsciamente alla riflessione. Perciò non penso che questo progetto possa essere definito un “regalo non meritato” e nemmeno che sia una spia di un sistema detentivo troppo transigente, ma anzi che sia la prova di una spinta verso la modernizzazione e lo stare al passo con i molteplici cambiamenti della nostra società”.